La nostra collezione di automobiline abbandonate continua.
Quanti da piccoli/ragazzi (almeno per chi ha superato i 40 come noi) hanno sentito questa parola quando, per scendere dall’ “autobusso”, il personaggio di turno esortava il conducente ad aprire le porte?
Noi così tante che ne abbiamo un ricordo tanto nitido da poter, quasi, visualizzare anche le persone che si alternavano giornalmente, sempre gli stessi.



In realtà, se vogliamo essere fiscali, la parola poteva essere preceduta da “Capo” così da indirizzare la richiesta al conducente, senza equivoco alcuno.
E quindi: Capo, bussola!!!
Si notano abbandonati in uno spiazzo sul ciglio della strada. Di vari tipi e appartenuti a più enti pubblici e privati, questi autobus ricordano un tempo passato al servizio di chi con i mezzi pubblici si spostava e si sposta tutt’ora.
Noi ricordiamo quando li utilizzavamo per muoverci in città anche se i disservizi erano continui e, a volte (più spesso di quanto si possa immaginare), attendere alla fermata poteva significare aspettare inutilmente per un tempo non ben definito. La tabella apposta su un palo a indicare tutte le soste durante la corsa, quasi sempre illeggibile perché bruciata dal sole e raramente sostituita, mentre oggi evidenzia perfino il tempo che manca all’arrivo del prossimo autobus.
Dati Istat evidenziano come in Sicilia l’utilizzo del mezzo pubblico sia limitato a poco meno del 29% degli studenti per recarsi a scuola (mentre circa il 28% va a piedi) e da poco più dell’ 8% dei lavoratori per raggiungere la sede di lavoro.
Tali dati risaltano la poca propensione dei siciliani a usare il mezzo pubblico a discapito, a esempio, del tempo di percorrenza impiegato nel tragitto casa-lavoro-casa che supera le due ore per oltre il 16% di loro.
I tempi cambiano, le abitudini anche. C’è ancora qualcuno che vannìa: Capo, bussola?












Con la partecipazione di Valeria Alibrandi:












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