Una giornata estiva come altre, forse un po’ più fresca. Tornando da un’esplorazione scorgiamo, al di là di un muretto a secco, una masseria distrutta ma dalle sembianze ancora “attraenti”.
I tetti erano crollati, lasciando che il cielo azzurro facesse capolino attraverso le travi marce, e i muri, un tempo intonacati o abbelliti da carta da parati, erano ora scrostati e macchiati dall’umidità.
Si racconta, o forse no, che questa era la dimora di due fratelli gemelli: Giuseppina e Vincenzo. Nati sotto il segno di un’antica luna, si diceva che avessero una luce particolare negli occhi. Erano la gioia e il tormento dei loro anziani genitori.
Lei, dalla chioma ribelle e occhi verdi come le olive acerbe, aveva un temperamento focoso. Lui, più calmo all’ apparenza, dietro un sorriso innocente nascondeva una mente astuta e imprevedibile.



Si divertivano a nascondere gli attrezzi agricoli del padre, a scambiare gli animali nella stalla, a scivolare di nascosto in paese per lasciare messaggi criptici sotto le porte delle abitazioni. La gente del posto li chiamava con un misto di affetto e timore i “gemelli sciroccati”.
Ma la loro “follia” non era malvagia, era piuttosto un modo tutto loro di interpretare il mondo. Danzavano sotto la pioggia come se fosse il più grande degli spettacoli, parlavano con gli animali come fossero i loro confidenti più fidati.
Un giorno, una terribile siccità colpì questa parte di Sicilia, prosciugando i pozzi e inaridendo i campi. La disperazione si diffuse in paese ma Giuseppina e Vincenzo, invece di abbattersi, si avventurarono nella campagna, seguendo una vecchia leggenda di una sorgente nascosta. Dopo alcuni giorni tornarono, stanchi ma trionfanti. La loro follia, quel giorno, aveva salvato il paese.
Le voci su di loro si diffusero, e la gente del posto cominciò a vederli non più come “sciroccati”, ma come figure quasi mitologiche, custodi di antiche conoscenze e di una saggezza tutta loro.











Quando il vento soffia tra i ruderi della masseria, si racconta si possano sentire le risate cristalline dei due, echeggiare tra i muri scrostati, ricordando a tutti che la follia, a volte, può essere solo un altro nome per la libertà.
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