Ai margini di una non troppo trafficata strada, celato tra la vegetazione incolta che tenacemente reclama i suoi spazi, si erge lo scheletro di un ospedale in stile neoclassico. Un tempo baluardo di salute e speranza, ora dimora silenziosa dei fantasmi del passato.
Costruito verso la fine dell’Ottocento, l’ospedale visse anni di frenetica attività, accogliendo tra le sue mura i malati della zona e di quelle limitrofe. Le sue luminose corsie risuonanti del passo svelto dei medici e del lamento dei sofferenti, oggi giacciono avvolte in un silenzio irreale mentre le stanze, un tempo gremite di letti e affollate di pazienti, sono solo vuoti gusci, dove l’unica compagnia è quella di alcuni animali che si aggirano indisturbati.






Erbe infestanti e rampicanti si fanno spazio sulle sue membra cadenti, come un tentativo da parte della natura di riassorbire ciò che le è stato sottratto. Tra le crepe dei muri scrostati, trovano rifugio alcune colombe, regine dei luoghi abbandonati, e un rapace solitario, i soli abitanti di questo regno di silenzio.
L’immaginazione corre a riempire questi spazi vuoti con le storie dei malati che un tempo li abitavano: uomini e donne comuni, segnati dalle malattie, che tra quelle mura lottavano per la vita e la speranza.
C’era forse la giovane madre, consumata dalla tisi, che stringeva la mano al suo bambino sussurrando promesse di un futuro che non avrebbe mai visto. C’era l’anziano soldato, ferito in una guerra lontana, che rievocava memorie di gloria tra le bianche lenzuola.
Di quei volti, di quelle storie, rimane solo un’eco flebile che si perde tra le rovine. Questo ospedale abbandonato, nella sua silenziosa eloquenza, è un monito alla fugacità della vita, alla precarietà delle nostre esistenze e alla tenacia della natura che, inesorabilmente, reclama ciò che le appartiene.





















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Con la partecipazione di Valeria Alibrandi:

















