L’occhio che tutto vede, l’occhio della giustizia, scruta, ormai consunto dal tempo, le vele nel mare azzurro che si stende in lontananza, incurante del vocío dei passanti.
Dentro, invece, il silenzio mesto dell’abbandono ci accoglie, nelle sale in cui, se tendi l’orecchio, puoi ancora sentire il parlottare discreto delle famiglie ammesse ai colloqui.










Non tanto tempo è trascorso dall’ultimo giro di chiave, eppure già tutto appare coperto da un manto di polvere e ricordi lontani, di pene severe e tentativi di riconciliarsi col mondo esterno.
Sui muri, grigi e sporchi, i disegni e le oscenità contemporanee allietano un poco il cuore, pesante per la malinconia delle vite che qui hanno speso il loro tempo migliore.
Testo di: Giusy Sirena





















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Con la partecipazione di Gabriele Strazzeri:












