Lacrime d’amianto – Fabbrica abbandonata

Freddo come il marmo, velenoso come il suolo su cui poggiano le sue fondamenta. Insomma, per dirla alla Dante, “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”.
E pensare che in queste ex cartiere, poste lungo un sereno litorale siciliano, tutto ha avuto inizio a seguito dell’avvio della produzione di semplici confezioni di cartoni per contenere le uova.

Fondate nel 1964 da un noto banchiere originario di Messina, questi stabilimenti però hanno fatto presto a trasformarsi da industrie figlie del progresso, in cui lavoravano decine e decine di operai, in eco mostri che hanno avvelenato la vita di chiunque vi abbia avuto a che fare, dall’uomo alla terra stessa.

Cinquecento tonnellate di amianto unite ad altrettanti rifiuti tossici, interi capannoni ricoperti da fibrocemento, veleni e altre sostanze chimiche dannose ritrovate su ogni singola superficie e tutto lasciato liberamente a scorrere nel terreno, come fosse sangue nelle vene. Una seria minaccia per la salute pubblica, un caso di inquinamento ambientale da far accapponare la pelle.

Accertata l’allarmante pericolosità dei luoghi e intervenuta anche la dichiarazione di fallimento della fabbrica nel 2002, solo diversi anni più tardi però le fiamme gialle hanno provveduto a porre sotto sequestro l’intera area, che si estende per circa 50 mila metri quadri, che peraltro non è mai stata bonificata ad opera dell’amministrazione allora in carica.

Tante, troppe, le storie di operai che hanno raccontato di essersi gravemente ammalati dopo esser venuti a contatto con le macerie velenose di queste cartiere tossiche, e tante anche quelle dei figli che le hanno raccontate al posto dei padri che non ci sono più.
Tuttavia i decessi non sono mai stati causalmente ricondotti all’esposizione ai materiali tossici e inoltre, circa l’imputazione della mancata bonifica, l’allora sindaco in carica ha visto assolversi in sede penale perché “il fatto non sussiste”.

Tra vetri rotti e muri crepati, giusto qualche murales a dare un tono di colore ad un’atmosfera spettrale, il tutto peraltro poco distante da una splendida zona balneare.

Per farla breve, pare che alla fine il materiale tossico rivenuto sia stato interrato e con lui anche tutta questa brutta faccenda, nonostante ancora oggi questo invisibile mostro velenoso si propaghi nel terreno e nelle aree circostanti, appunto come fosse sangue nelle vene.

Testo di: Giuliana Imburgia

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